La storia è una questione di immersioni, di diottrie e di bioritmi. Non c’è altro, non c’è merito, non c’è comprensione, non c’è rimedio, non c’è perdono, non c’è soprattutto compenetrazione vera. Più l’immersione è profonda, più lo sguardo zuppo fatica ad alzarsi dal piano dell’analisi, più i cambiamenti danno l’idea di una linea retta, di un’eterna processione verso il giusto, il vero, il bello. A interrogare il quotidiano, rimanendovi a mollo, ti rimane incollata questa illusione di linearità. Ed è ovvio che questa prospettiva, predicata alla terribile congiuntura a tutti i livelli (crisi economica, crisi di valori, paura soffusa, rabbia dirompente, ritorno a valori terrestri corrotti dall’odio dell’altro), sia insostenibile. Lo è, in effetti. C’è un paese che guarda a destra, ferocemente sordida, una sinistra inesistente in un vuoto pneumatico di valori e cultura, un’Europa che non progredisce in civiltà e diffusione mentre tornano a sbatacchiare malamente bandiere di piccoli campanili e di grandi timori, deflagra una crisi reale e drammatica che si alimenta di un perverso effetto doppler da parte di tutti, dai media ai tinelli e ritorno. Se questo è il progresso, se i prossimi punti lungo la linea retta del futuro sono la realizzazione di questi presagi, è un vero abisso. E non ho aggiunto aggravanti più o meno generiche: dal clima ai costumi, dalle risorse alla malattie. Il decorso sarà inevitabile, ma di certo non sarà la prima volta. Ci troviamo, non per la prima volta, nemmeno per l’ultima, di fronte a un riflusso di crescita e di progresso. Guardandolo dall’ombelico, ci pare ineluttabile (lo è) e ferale (non lo è). Alzandosi, con le diottrie meno azzerate dal quotidiano, si capisce meglio la ciclicità di simili momenti. Spaventosi da viverci dentro, notabili come “fase calante” per chi con questa storia avrà a che fare. La linea non è retta, non è banalmente circolare, è una spirale asfittica, inesatta e violenta di strappi, cadute e recuperi. Il bioritmo dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente, oggi, è calante. Prestazioni scarse, fiato grosso, gambe pesanti, muscoli imballati. Siamo più Musil che Moravia. Tanto vale farci il callo.
A starci ovviamente dentro, ovviamente l’aria manca. Lo diceva Heidegger, il problema non è stare fuori o stare dentro a questo circolo di progresso (cambiano i tempi, l’uomo si conferma sempre limitato e fetente, la storia cambia solo nomi). E’ starci nella migliore maniera possibile.


One Response to “Presagi oscuri che si addensano all’Orizzonte”  

  1. 1 AlessandraLilla

    nn c’è ninte da fare, fa parte dell’evoluzione…

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