I giardini del Salera 2.0

La cosa che non ti aspetti è che il tempo sia cambiato. Torni in quello spazio di prato che era il parcheggio del sabato (primo) pomeriggio proprio per dimostrarti che il tempo era passato. Ma nessuno se lo aspettava, davvero. E non è il fiato che si ingrossa facilmente, non sono le articolazioni che vacillano più di prima, non è quel mistero di rimbalzo, coordinazione, prodigio, grazia, epifania e forza che è il giocare a calcio traducendo in linee e traiettorie le idee (che è rimasto intatto e lontano e sconosciuto, ma che si ripete sempre non qui, non per noi, da qualche parte, e tu sei lì ad applaudire piano, perchè di fronte alla grazia chini il capo, figurarsi applaudire), non è nemmeno il talento che emerge sempre, perchè il fisico resiste fino alla porta del Paradiso ma i miracoli non li sa fare, e quando si scolla non c’è quasi niente che ti tiene insieme, non sono quelli che mancano, quelli che non lo sapevano, quelli che hanno fatto finta di non sapere, quelli che non ci torneranno più. Il tempo è cambiato nell’erba che cresce. L’erba cresce sempre, figurarsi. Ma non te ne accorgi, se la tieni sotto controllo. La vita non cambia se la guardi tutti i giorni con i tuoi occhi, nel tuo specchio, con il tuo spazzolino, dopo esserti alzato dal tuo bagno. Però passa, figurarsi. Torni il quel campo che era polvere d’estate e fango d’inverno, invece è muto tappeto verde, ai lati, in fascia, la palla si ingolfa, non rotola, stantuffa ai piedi. E correndo, capisci. Invecchia il fisico e le idee non lo seguono. C’è una simmetria perfetta nell’alternarsi dei giorni e nella perdita di coscenza dei tempi che cambiano. L’erba è cresciuta perchè l’hai lasciata crescere, ha lasciato che tornasse a riprendersi spazi che pensavi non ti sarebbero più serviti. Chissenefrega, io tanto non ci torno. Impari cose, non credi che ti serviranno e le lasci sommergere dall’erba. Tessi trame, non ci credi più, le lasci sbobinare ad altri. Arricchisci di affetto orti e campi, poi al primo raccolto così così, cambi e passi ad altro, giurando di non tornare. Non è così difficile parlare per metafore. Lo schema è facile, se ci pensi, diventa un esercizio di stile, la nostra mente può tranquillamente abbassarsi nella ripetizione, con qualche variabile cambiata qua e là, di uno schema fissato. L’erba è una metafora che fa pensare: se ritorni sui tuoi passi, lungo sentieri che hai lasciato s’imbruttissero per poca forza, per troppo amore, per bollicine di scelte, e sei uomo e non più ragazzo, lavoratore e non più studente, padre e non più figlio, che c’è il conto del giardiniere pronto a ripulirti l’incolto. Ti ritrovi di fronte a tutti gli anni che sono passati, e non con la progressione della maturitò, ma con l’elettroshock di un brusco risveglio. E devi sperare di aver fatto bene fino ad adesso, di non aver fatto scricchiolare nulla. Sennò è la volta buona che crolla tutto e torni nudo, più vecchio, a contarti le rughe


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