Premessa. Questo non è il miglior film di Tarantino, non è il solito meccanismo perfetto di tempi, spazi, voci, dialoghi e colonna sonora, non è il solito concentrato di sperimentazione, citazione, situazione, eccezione ed eccitazione di un cinefilo assoluto per adoranti fan, cinefili in pectore, non è il solito groviglio coraggioso. Ma, essendo un film di Tarantino, galleggiando nell’assoluta mancanza di coraggio del cinema attuale, è un grande film. Non il migliore, ma un grande film. Prendete l’astista Bubka, che limava centimetro per centimetro il suo personale dialogo con il cielo e l’asticella posta a sei metri da terra. Aveva nelle braccia il record assoluto, ma sciorinava balzi e strappi, sapientemente, egoisticamente, in maniera leggendaria. Nel suo genere, nessuno salta più in alto di Tarantino. Tarantino lo sa e ci gioca sopra. Invece di strappare e sgasare ancora più lontano, alza l’assicella un centimetro per volta. Non vale, così. E’ troppo comodo. C’è la storia del cinema tedesco del trentennio (il ragazzo ha studiato), la citazione ai piani lunghi dalla Monument Valley alla Loira (toh, chi si rivede, “Quarto Potere” e Rosabella ma manca ancora l’autorialità fisica e filmica di Welles), c’è ucronia e utopia, c’è il rogo catartico e metatoforico, ci sono i soliti nazisti da Operetta (dopo Chaplin, l’unico Fuhrer credibile è stato Ganz e non importa se Landa sa stare al mondo e ragiona meglio degli altri, l’abbiamo già visto, abbiamo già riso della simpatia dei bastardi, quelli veri), ci sono lezioni di inquadratura, di fotografia e di sceneggiatura in ogni fotogramma. Tutto esatto e perfetto. I dialoghi di puro correlativo? Una canzone da incensare? Niente. Non è il genere di film per farli stare tutti zitti.

Fastidio (non cara valentina)

L’incontinenza verbale di chi non riesce a non dire cazzate
l’ìntelligenza presunta dove invece c’è solo presunzione
l’incapacità di stare al proprio posto
l’ottusità di chi non vuole capire
i pretesti e le pretese

I giardini del Salera 2.0

La cosa che non ti aspetti è che il tempo sia cambiato. Torni in quello spazio di prato che era il parcheggio del sabato (primo) pomeriggio proprio per dimostrarti che il tempo era passato. Ma nessuno se lo aspettava, davvero. E non è il fiato che si ingrossa facilmente, non sono le articolazioni che vacillano più di prima, non è quel mistero di rimbalzo, coordinazione, prodigio, grazia, epifania e forza che è il giocare a calcio traducendo in linee e traiettorie le idee (che è rimasto intatto e lontano e sconosciuto, ma che si ripete sempre non qui, non per noi, da qualche parte, e tu sei lì ad applaudire piano, perchè di fronte alla grazia chini il capo, figurarsi applaudire), non è nemmeno il talento che emerge sempre, perchè il fisico resiste fino alla porta del Paradiso ma i miracoli non li sa fare, e quando si scolla non c’è quasi niente che ti tiene insieme, non sono quelli che mancano, quelli che non lo sapevano, quelli che hanno fatto finta di non sapere, quelli che non ci torneranno più. Il tempo è cambiato nell’erba che cresce. L’erba cresce sempre, figurarsi. Ma non te ne accorgi, se la tieni sotto controllo. La vita non cambia se la guardi tutti i giorni con i tuoi occhi, nel tuo specchio, con il tuo spazzolino, dopo esserti alzato dal tuo bagno. Però passa, figurarsi. Torni il quel campo che era polvere d’estate e fango d’inverno, invece è muto tappeto verde, ai lati, in fascia, la palla si ingolfa, non rotola, stantuffa ai piedi. E correndo, capisci. Invecchia il fisico e le idee non lo seguono. C’è una simmetria perfetta nell’alternarsi dei giorni e nella perdita di coscenza dei tempi che cambiano. L’erba è cresciuta perchè l’hai lasciata crescere, ha lasciato che tornasse a riprendersi spazi che pensavi non ti sarebbero più serviti. Chissenefrega, io tanto non ci torno. Impari cose, non credi che ti serviranno e le lasci sommergere dall’erba. Tessi trame, non ci credi più, le lasci sbobinare ad altri. Arricchisci di affetto orti e campi, poi al primo raccolto così così, cambi e passi ad altro, giurando di non tornare. Non è così difficile parlare per metafore. Lo schema è facile, se ci pensi, diventa un esercizio di stile, la nostra mente può tranquillamente abbassarsi nella ripetizione, con qualche variabile cambiata qua e là, di uno schema fissato. L’erba è una metafora che fa pensare: se ritorni sui tuoi passi, lungo sentieri che hai lasciato s’imbruttissero per poca forza, per troppo amore, per bollicine di scelte, e sei uomo e non più ragazzo, lavoratore e non più studente, padre e non più figlio, che c’è il conto del giardiniere pronto a ripulirti l’incolto. Ti ritrovi di fronte a tutti gli anni che sono passati, e non con la progressione della maturitò, ma con l’elettroshock di un brusco risveglio. E devi sperare di aver fatto bene fino ad adesso, di non aver fatto scricchiolare nulla. Sennò è la volta buona che crolla tutto e torni nudo, più vecchio, a contarti le rughe

Ti sei arreso

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso

La storia è una questione di immersioni, di diottrie e di bioritmi. Non c’è altro, non c’è merito, non c’è comprensione, non c’è rimedio, non c’è perdono, non c’è soprattutto compenetrazione vera. Più l’immersione è profonda, più lo sguardo zuppo fatica ad alzarsi dal piano dell’analisi, più i cambiamenti danno l’idea di una linea retta, di un’eterna processione verso il giusto, il vero, il bello. A interrogare il quotidiano, rimanendovi a mollo, ti rimane incollata questa illusione di linearità. Ed è ovvio che questa prospettiva, predicata alla terribile congiuntura a tutti i livelli (crisi economica, crisi di valori, paura soffusa, rabbia dirompente, ritorno a valori terrestri corrotti dall’odio dell’altro), sia insostenibile. Lo è, in effetti. C’è un paese che guarda a destra, ferocemente sordida, una sinistra inesistente in un vuoto pneumatico di valori e cultura, un’Europa che non progredisce in civiltà e diffusione mentre tornano a sbatacchiare malamente bandiere di piccoli campanili e di grandi timori, deflagra una crisi reale e drammatica che si alimenta di un perverso effetto doppler da parte di tutti, dai media ai tinelli e ritorno. Se questo è il progresso, se i prossimi punti lungo la linea retta del futuro sono la realizzazione di questi presagi, è un vero abisso. E non ho aggiunto aggravanti più o meno generiche: dal clima ai costumi, dalle risorse alla malattie. Il decorso sarà inevitabile, ma di certo non sarà la prima volta. Ci troviamo, non per la prima volta, nemmeno per l’ultima, di fronte a un riflusso di crescita e di progresso. Guardandolo dall’ombelico, ci pare ineluttabile (lo è) e ferale (non lo è). Alzandosi, con le diottrie meno azzerate dal quotidiano, si capisce meglio la ciclicità di simili momenti. Spaventosi da viverci dentro, notabili come “fase calante” per chi con questa storia avrà a che fare. La linea non è retta, non è banalmente circolare, è una spirale asfittica, inesatta e violenta di strappi, cadute e recuperi. Il bioritmo dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente, oggi, è calante. Prestazioni scarse, fiato grosso, gambe pesanti, muscoli imballati. Siamo più Musil che Moravia. Tanto vale farci il callo.
A starci ovviamente dentro, ovviamente l’aria manca. Lo diceva Heidegger, il problema non è stare fuori o stare dentro a questo circolo di progresso (cambiano i tempi, l’uomo si conferma sempre limitato e fetente, la storia cambia solo nomi). E’ starci nella migliore maniera possibile.

You oughta do

Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Scrivere.
Il mAttino ha l’oro in bocca.

chi parla in nome di chi

La strisciante insistenza con cui ogni giorno troviamo il Vaticano a discettare di ogni cosa assume e rimarca una doppia valenza. La prima è la banale messa in pratica di decisioni in grado di mortificare ogni tipo di buon senso. Credo proprio che la Pro Life in America dovrebbe chiarire i finanziamenti. Ho la fortuna di pensare che Obama avrà altri problemi. E’ un bel vantaggio essere liberal a un oceano e un mare dal Vaticano.
Poi.
In linea di principio, il ragionamento del Cardinal Bagnasco sotteso all’ultima apparizione mediatica della Cei dovrebbe autorizzare la Chiesa a (s)parlare di tutto. A ben vedere, è quello che già succede. La vocazione a infiltrarsi in ogni livello della società politica ed etica della Terra agisce sul consueto doppio binario. Buono per il cielo e buono per la terra: ammesso che sia davvero quello per cui parlano le Scritture, non ne si vede comunque il bisogno. Quello che non mi riesco a capire è il volume. Lo alzano sempre di più. Non ci sono vicini lamentosi o ci sono solo vicini sordi, e allora alzo un altro po’. Ma i vicini siamo noi, possibile che ci sia solo da tapparsi le orecchie?

ma

è mai possibile che l’unico rimasto in Parlamento a dire cose di sinistra sia Fini?

può essere

che mi piaccia “I miei vecchietti fanno oh!” (il testo, soprattutto)?

Da un evento luttuoso si imparano sempre un sacco di cose. Il fatto è che è morta una ragazza di vent’anni. GIà questa, come riflessione di una tristezza indicibile, è una. Poi, nei paraggi del Natale, dolore e sofferenza meritano ancora più rispetto. Diventa addirittura sconveniente, agli occhi dei sopravvissuti, stare male o addirittura, morire, in un periodo di festa comandata e auguri e sorrisi come riflesso incondizionato. Un’altra riflessione: è la più importante perchè la più nuova. E’ morta una ragazza giovane e proprio in quanto giovane aveva il suo spazio su Facebook. Se hai tanti amici e se parli con i tuoi tanti amici, hai una frequentazione media elevata su Facebook. La sua pagina è visibile e commentabile. A pensarci, la rete diventerà una Spoon River telematica. La rete fatica -ancora- ad aggiornarsi sulle scomparse in tempo reale. Rimangono vitalissime testimonianze online. Della ragazza, ci sono le foto, ci sono i commenti, ci sono i gruppi, i giochi, i divertimenti-nulla (nel rimbabinimento generale che attanaglia l’utente medio FB), c’è il suo profilo autoredatto. Insomma, abbastanza tutto. Nessun eloquio o nessun ricordo funebre sarà mai sincero come le parole che usi per te stessa, nell’esatta percezione che hai di te stessa  nel momento in cui provi a sezionarti asetticamente da fuori, con sguardo neutro. Ogni contorno dialettico di chi ti ha conosciuto non cattura tutta te stessa. Tu, nel tuo sguardo, sei quella che dici di essere. Diventi immediatamente le parole che pronunci.

Poi. Ci sono i commenti senza rete di chi ti conosceva, di chi pensava di conoscerti, di chi avrebbe voluto e di chi non avrebbe avuto mai il coraggio di conoscerti ma sa il dolore e lo esprime tra i filtri del 2.0. C’è tutto quello che di solito diamo in pasto all’esterno, quello che riempie le chiese e annacqua gli occhi. Rimane il ritaglio intimo e feroce del dolore personale che diventa sordo anche alla più sincera forma di condoglianza. Rimane sempre una distanza siderale tra la ferita che ti sanguina e quelli che vedi sanguinare, anche nella partecipazione più vera. E’ ancora vita di pelle e non di tastiera. Sai bene dove andrà a frantumarsi, quando il cordoglio che è silenzio diventa disperazione che è strepito. 

Mi spaventa questa esposizione. Sono convinto che ci sia qualcosa che mi sfugge. Credo non mi piacerà saperlo. Si sta lacerando un altro margine, anche il cordoglio si sfrangia e corre sul web. Non dovrebbe essere niente, nè bene nè male. Eppure, secondo me non è così bene. Mi sbaglierò.




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Cronache e racconti quasi mai esatti.